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Riflessioni in tempo di prova

1. Scoprire il valore della vita, meglio, il senso della mia vita, è una grande sfida. Si avverte la
bellezza di questo dono nel momento in cui si sta per perdere, quando ti trovi senza forze, solo,
senza salute, abbandonato e nudo, come Adamo ed Eva nel giardino dell’Eden. Ho appena vissuto
questa esperienza. Condividerla, mi sembra un modo per sentirmi in famiglia, per aiutarci nel
cammino di fede e di comunione.
“Preparatelo; va in terapia intensiva”: così il medico ai due infermieri che mi guardavano
indifferenti, come se niente fosse. Mi indicano un angolo, tirano una tenda e, con la massima
tranquillità, mi dicono: “Si spogli”, “Cosa?”, “Si, si spogli e svelto. Metta tutto in una borsa, la
consegni a chi l’ha accompagnato, si metta questa camicia e andiamo”. Non ho avuto il tempo per
rendermi conto di quanto stava per accadere. In pochi minuti mi sono trovato in terapia intensiva,
con una mascherina per l’ossigeno, vari flebo e con quanto la medicina utilizza per riaccendere la
vita proprio quando si sta per spegnere.
Mi sentivo come una foglia in balia del vento, “un filo d’erba che oggi c’è e domani si getta nel
forno” (Mt 6,30), impotente, incapace di aggrapparmi a qualcosa. Ho cominciato ad aver paura,
come se una forza mi schiacciasse sotto terra. Mi chiedevo: cosa succede? Sto così male?
Dopo ore di nebbia in cui il senso di solitudine, di dipendenza e di fragilità picchiavano forte sul
mio orgoglio, si avvicina una dottoressa con il sorriso sulle labbra e mi dice: “Sig. Todeschini, va
tutto bene. Non si preoccupi: abbiamo cominciato la terapia e tutto andrà bene”. Grazie! Un
volto, un sorriso e poche parole sono state come il sole nella nebbia, come uno spillo su un pallone
gonfiato. Paff! Mi sono ricordato del salmo 17: “Custodiscimi, Signore, come la pupilla dei tuoi
occhi”. Ho cominciato a pregare: “Mi affido a Te, Signore. Metto nelle tue mani tutta la mia vita. Si
compia in me la tua volontà. Benedici e illumina questi medici e infermieri e tutti coloro che si
prodigano per la salute degli ammalati. Amen. Alleluia”.
2. Covid-19, o Coronavirus, ci fa impazzire, sussultare, inasprire perché non sappiamo da dove
venga, dove voglia andare e, soprattutto, quando decida di sparire.
Tutti abbiamo qualcosa da dire, ma in realtà si annaspa nella nebbia. Abbiamo ricevuto ottimi
consigli su come dobbiamo comportarci per combatterlo ma facciamo fatica ad approdare sulla
spiaggia del comportamento interiore.
Nelle nozze di Cana (Gv.2,1-11), Maria richiama l’attenzione di Gesù sulla mancanza di vino. Gesù
accoglie la sfida e la rilancia ai poveri servi che, nell’obbedienza alla sua parola, riempiono le sei
anfore d’acqua. Fanno qualcosa di ordinario ma, in realtà, preparano il necessario per qualcosa di
straordinario. Si fidano di Maria e di Gesù. Non dubitano. Eseguono quanto viene loro comandato.
In queste ore di sofferenza, di preoccupazione, di tensione siamo certamente chiamati a fidarci di
quanto ci dicono le autorità, senza però dimenticare di mettere in pratica, nella preghiera, quanto
ci dice la Madonna: “Fate quello che lui vi dirà”. Gesù ci dice di riempire d’acqua, cioè di vita, di
amore, di rispetto, di speranza ogni anfora vuota che si trova accanto a noi. Ci penserà Lui a
trasformarla in vino buono, a impedire che le nozze della vita si trasformino in tragedia, in
fallimento. La missione è proprio questa: non aver paura di riempire d’acqua le anfore vuote della
propria esistenza, della vita del mondo, con l’acqua della preghiera, del digiuno e della
misericordia. “Chi vuol trovare aperto il cuore di Dio non chiuda il suo a chi lo
supplica”(s.Crisologo).
3. “State in casa, non uscite”. “Io sto in casa”. A molti costa trasformare una raccomandazione in
una scelta. In realtà non si tratta solo di ciò che non dobbiamo fare, cioè uscire per strada, ma
riguarda anche ciò che si può fare. Così, imparare ad abitare la casa, gli spazi, i sentimenti, gli

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affetti e i desideri di quanti vivono in casa si presenta come una grande sfida e una nuova
necessità per niente scontate. Dio non solo ha creato il mondo, la sua casa per noi, ma ha voluto
abitarla inviando suo Figlio Gesù: “E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1,
14). E’ venuto a stare, condividere, stabilire relazioni di amore. Stiamo in casa non da reclusi ma
con la voglia di rinnovare relazioni di amore tra marito e moglie, tra genitori e figli. Una parola, un
gesto affettivo, un sorriso, uno sguardo di perdono, di incoraggiamento, di speranza sono frutto di
un tempo di silenzio, di interiorità, dove ognuno di noi ha potuto entrare nel suo cuore, conoscere
i propri sentimenti, riconoscere i propri errori, aprire la porta all’amore di Dio come ha fatto
Zaccheo(Lc 19,8).
A Perugia, don Carlo ha aperto la “La casa della tenerezza”, dove dedica tutto il suo tempo alla
famiglia, alle coppie di sposi, ai giovani e a quanti desiderano riempire il cuore di tenerezza.
Non mettiamo a tacere la tenerezza!
Abitare la casa significa anche far nascere delle storie, offrire dei racconti di vita, esprimere dei
sogni, mettere un po’ di ordine.
Stare in casa significa anche imparare ogni giorno a vivere la speciale missione di genitori: “I figli
sono come gli aquiloni: insegnerai loro a volare ma non voleranno il tuo volo; insegnerai loro a
sognare ma non sogneranno il tuo sogno; insegnerai loro a vivere ma non vivranno la tua vita. Ma
in ogni volo, in ogni sogno e in ogni vita rimarrà per sempre l’impronta dell’insegnamento
ricevuto”. (Madre Teresa di Calcutta).
La casa è come il tuo cuore ma il tuo cuore è la tua casa vera. Il tuo cuore è in grado di modificare
la tua casa ma anche la tua casa, la tua famiglia, se tu la ami, può modificare il tuo cuore. Se
vogliamo, possiamo essere contemporaneamente il vasaio e l’argilla. Con una sola differenza:
mentre operiamo come vasaio dobbiamo essere creativi, sognatori, liberi, posseduti dalla bellezza
e dall’amore per l’opera che stiamo facendo; quando scegliamo o dobbiamo essere argilla, allora
siamo chiamati ad essere docili, a fidarci del vasaio, a credere che lui vuole il meglio per noi stessi.
Bisogna sentirci argilla per poter diventare vasaio (Gv 13,1-15).


Don Ottavio