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Il cuore dell’antica comunità
Gabriele Ciccarelli, nel suo documentato volume “Ca’ di David e la sua storia”, pubblicato dal
Credito Cooperativo nel 1998, individua nelle misurazioni scaligere della Campanea Minor del
1291 e del 1304 le prime attestazioni dell’esistenza di una “domus Daviorum”, ossia di una fattoria
intestata alla famiglia dei Davi, che è all’origine del nostro paese.
Lo stesso Ciccarelli suppone che, come nelle altre Domus del territorio, già nel medioevo ci fosse
una cappella dedicata al culto, che però (dato l’esiguo numero di abitanti), non potesse costituire
parrocchia.

riprodotta da Ciccarelli) ci dà già l’abitato di “Ca di davi” in posizione odierna con l’evidente segno
di una chiesa o cappella.
Il primo documento che attesta una parrocchia a Ca’ di David (e una chiesa dedicata a San
Giovanni Battista) è l’investitura a parroco di don Antonio De Bottis da parte del vescovo di Verona
Mons. Ermolao Barbaro il 17 agosto 1452. Da qui in poi, una serie di “foglietti” del nostro archivio
parrocchiale, raccolti e citati dal Ciccarelli, attestano un fervore del parroco per la raccolta di fondi
pro fabricha ecclesiae domus daviorum: sul finire del ‘400, dunque, dobbiamo immaginare una
ricostruzione o un ampliamento della precedente cappella, nelle misure e nell’aspetto in cui è
arrivata fino a metà del ‘900. 

 

  

Del resto, la “Carta dell’Almagià” (mappatura dell’Italia settentrionale risalente al 1439 eIl cuore dell’antica comunità
Gabriele Ciccarelli, nel suo documentato volume “Ca’ di David e la sua storia”, pubblicato dal
Credito Cooperativo nel 1998, individua nelle misurazioni scaligere della Campanea Minor del
1291 e del 1304 le prime attestazioni dell’esistenza di una “domus Daviorum”, ossia di una fattoria
intestata alla famiglia dei Davi, che è all’origine del nostro paese.



 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Allora in asse con Ricostruzione a disegno dell’antica chiesadi Ca di Daviddi Gabriele Ciccarelli (cit, p. 65).
Si nota – dietro – l’antico campanile, abbattuto nel 1959 la parete  longitudinale della chiesa,
e ilcimitero adiacente, che occupava parte o tutta l’areadellachiesa attuale fino alla sua costruzione (1852)

 

 

 

 

Affidandosi a riproduzioni di antiche mappe, ai documenti delle visite pastorali tra ‘500 e ‘600, ma

anche alla sua personale memoria, così il Ciccarelli descrive l’antica chiesa:
“La vecchia chiesa aveva dimensioni modeste. Per altezza e per lunghezza era la metà dell’attuale
chiesa (…) Era a pianta rettangolare e con un transetto appena accennato nella parte terminale,

costruito probabilmente in un secondo tempo per far posto a due altari laterali. Dietro l’abside si
innalzava un bel campanile quattrocentesco (visibile fino a qualche decennio fa). Di fianco alla
chiesa, come si usa ancora oggi nelle chiese alpine, sull’area occupata dal tempio attuale, stava il
cimitero.
La facciata a frontone ornata da lesene aveva sotto il timpano una finestra circolare. Anche
l’ingresso era sormontato da un piccolo timpano. Piccole finestre e porte laterali completavano il
tutto, bello nella sua semplicità. (…)
Il primo documento che noi possediamo sulla chiesa è l’inventario fatto in seguito alla prima visita
pastorale del vescovo suffraganeo di mons. Giberti, nel novembre del 1526.
Da questo inventario veniamo ad apprendere come nella chiesa vi fossero, oltre all’altar maggiore,
tre altari laterali.
All’altare maggiore si trovava una grande ancona, dipinta con le immagini della Madonna e i Santi
Sebastiano, Giovanni Battista, Apollonia e Agapito. I primi due altari laterali erano: l’altare della
Madonna (con la statua dorata della Madre con il Figlio e le statue di S. Rocco e S. Sebastiano), e
l’altare della Pietà. Infine l’altare di S. Bernardino (con l’immagine del Santo, di S. Nicola e di S.
Toscana).
Dai verbali di successive visite pastorali gibertine , apprendiamo inoltre che vi era una finestra
circolare (oculum) bisognosa di vetri, e delle piccole finestre che era opportuno ampliare.
All’interno della chiesa stessa vi stavano delle tombe (fatto comune allora), mentre il cimitero
esterno confinante necessitava di nuova recinzione.”
(Ciccarelli, cit., pp. 66-67)

 

 

 

 

Un’altra mappa del 1574 riprende la chiesa di Ca di David dal retro (evidente il bivio della Baruchella sull’imbocco dell’attuale Via Ca di Aprili): il recinto
del cimitero presenta un piccolo edificio d’angolo,
forse l’antica canonica.
(Fonte: Lorenzo Facci)

 

 

 

 


 

 

Un’altra mappa del 1713 di Domenico Perbellini mostra
chiaramente l’antica chiesa, con campanile e cimitero, nella
posizione dell’attuale teatro. L’edificio-canonica compare qui
però già rivolto verso la strada.
(Fonte: Lorenzo Facci)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


A questa data è già invalsa anche in campo civile la
denominazione “Ca di David” introdotta per la prima volta nel
1473 da don Giovanni Antonio Panteo, segretario del vescovo
Ermolao Barbaro, insigne letterato e biblista, che ritenne così di
nobilitare il nome della parrocchia (cit. in Ciccarelli, p. 64). Forse
il decano voleva così allontanare il nome dal latino DAVUS (plur.
DAVI), che significa “servo liberato” e nella commedia designava
il servo sciocco

 

 

 La Chiesa e il Teatro 

 
Dell’interno del teatro poco si sa: doveva essere una sala molto essenziale, con palcoscenico.

Questa sbiadita immagine della piazza credo sia l’unica che ritragga la facciata della chiesetta rinascimentale, già adibita a teatro.
La foto è senz’altro anteriore all’incendio che ne cancellò quasi interamente le vestigia nel 1945;
però essa compare in un opuscolo pubblicato per il Venticinquesimo del sacerdozio di Mons.
Aldrighetti (3 febbraio 1946), conservato da Albertino Spezie.
L’opuscolo contiene anche un “sunto” della vasta opera pastorale di Mons. Aldrighetti, con i
contributi e le testimonianze di Mons. Chiot, di Don Giuseppe Manzini, di Don Giovanni Calabria,
del curato Don Felice Ruaro, di Mons. Grazioli, di Mons. Turrini e di Don Giuseppe Gonzato.
L’intento della pubblicazione era di evidenziare le opere dell’Arciprete, che a Ca di David, dal 1921
al 1947, aveva creato una parrocchia di eccellenza, sulla scia della Rerum Novarum di Leone XIII
(1891): il catechismo regolare per i fanciulli, l’asilo d’infanzia, una rinnovata partecipazione alle
liturgie con la Corale Santa Cecilia diretta da Gino Compri, il nuovo organo del Farinati, i cicli
pittorici di Martinelli e Mattielli nella chiesa, e infine (nel ’33) il teatro parrocchiale.
Il tutto in un clima di aperto conflitto con l’insorgente regime fascista, rispetto al quale la
parrocchia di Cadidavid rappresentò un’alternativa di civiltà e un rifugio dalla barbarie.
Il teatro era stato ricavato nel vano dell’antica chiesa (ormai in disuso anche come oratorio, dopo
che fu usata come deposito militare durante la guerra del ’15 – ’18): fu elevato il muro di facciata
con una cubatura che raggiungeva il vertice del timpano antico, allo stesso livello delle Scolette
che fino a un anno fa costeggiavano il lato sinistro del teatro, all’inizio di Via Vittorio della Vittoria.
La facciata aveva già subìto un precedente allargamento con un’ala più bassa che si estendeva
verso la chiesa maggiore: nella foto sembra quasi un cubo bianco attraversato da un cornicione.
Questo “prolungamento” – ricorda mia madre — era una specie di portico che ospitava la carrozza
dei funerali, e non faceva parte del teatro.
1 Da “Foto Ricordo” di Gaetano Miglioranzi, 2008

rialzato verso il fondo, e un’apertura sul retro (verso l’asilo), dietro a un fondale, da cui talvolta
cantava il coro “fuori campo”.
La definitiva distruzione dell’antica chiesetta, così ristrutturata in teatro, è legata a un terribile
incendio di fine guerra.
Ormai la liberazione era arrivata. La mattina del 26 Aprile 1945 mia madre ricorda che
sfrecciavano molti aerei alleati a bassissima quota, quasi da poterli toccare dalle finestre del primo
piano. La gente si sporgeva a salutare, e dagli aerei i piloti facevano gesti ampi, che sembravano
ricambiare i saluti, ma presto fu chiaro che invece invitavano a ritirarsi nelle case. Circolarono voci
che forse non si trattasse di Americani, ma di Giapponesi. In realtà gli Alleati stavano dando ancora
la caccia agli ultimi Tedeschi rimasti.
In piazza si erano appena svolti i funerali delle vittime del bombardamento di Corte Frapporti e
molta gente si era assiepata davanti al teatro parrocchiale, dove due camion americani si erano
fermati a ricevere i saluti e i festeggiamenti della popolazione, ricambiandoli con la consueta
distribuzione di cioccolato ai bambini.
Mio padre ricordava che uno dei due americani era di pelle nera, e anche questo era un evento
nuovo, degno di curiosità. Qualcuno ricordò in quel momento che sarebbe stato prudente esporre
una bandiera bianca sul campanile, in segno di “resa agli Alleati”, ma non fu ascoltato.
Un caccia americano apparve volteggiando sopra la piazza, e tutti si misero a salutarlo agitando
fazzoletti, ma il pilota, scambiando per tedeschi i suoi stessi commilitoni, si lanciò in picchiata
verso di loro, mitragliandoli.
I due camion, carichi di taniche di benzina, esplosero, facendo divampare un incendio che divorò
ben presto il teatro e le aule del catechismo. Un passamano di secchi d’acqua improvvisato dai
presenti, che partiva dal pozzo di Corte Magri, evitò che l’incendio si estendesse alla chiesa e
all’appartamento delle suore. Le fiamme altissime si videro da ogni lato del paese per alcune ore.
Alcuni di quelli che salutavano l’aereo dai gradini della chiesa furono feriti: la moglie del
maresciallo Federico Storino, perse le dita di una mano; vi morirono la Rosina Corsi, due sorelle
Perazzoli, la Claretta Marconi e un ragazzo della famiglia Facci; i due ragazzi americani furono
divorati dall’incendio. Mio padre ricordava che sui gradini della chiesa rimasero a lungo gli occhiali
ossidati di uno dei due militari, che per molto tempo nessuno ebbe il coraggio di raccogliere.
Così si concluse la festa della Liberazione a Cadidavid.

 

 

 

 

 Il lavoro di ristrutturazione del teatro compiuto alla fine degli anni ‘50 dall’impresa dei miei zii
Gino ed Angelo, insieme alle imprese Caprara e Manzini cercò di riunire questi interventi
estemporanei in un unico volume architettonico che si uniformasse all’elevazione delle laterali
Scoléte.
Stando a ciò che mi raccontava lo zio Gino, niente nella nuova struttura conserva traccia
dell’antica chiesetta, nemmeno il timpano, che esorbita nelle dimensioni e nell’altezza da quello
antico. Invece il Lino Caprara, che pure aveva partecipato all’impresa, sostiene che il nuovo muro
di facciata includa ancora quello antico, e che lui stesso aveva scalpellato e livellato gli aggetti
in pietra del timpano, delle finestre e del portale d’ingresso.
Il “Campanil Vecio” rifatto da Tano Armani
Dietro alla chiesetta antica si ergeva il Campanil Vecio, una torre rinascimentale citata anche nelle
cronache cittadine del Cinquecento come luogo di detenzione (Ciccarelli 1998).
Il vecchio campanile terminò il suo compito quando, nel 1902, venne inaugurata l’attuale torre
campanaria. Tuttavia rimase in paese la dinastia dei Ceriani Campanari, che erano stati attivi
nel vecchio campanile.
La struttura in disuso divenne sempre più pericolante, finché nel 1959, con la costruzione della
nuova Scuola Materna e il rifacimento dell’alloggio delle suore, si decise di abbatterla.
Tra i segni di affetto dei cadidavesi per il loro vecchio campanile conservo questa foto che mi fu
donata quand’ero bambino da Gaetano Armani (Tano Magnalegnéti). Il mio parente, quando sentì
che si stava per abbattere il campanile, ne realizzò un modellino in gesso, alto circa un metro e 30.
Il manufatto è sparito, ma ne resta ancora qualche foto. Questa è arricchita dal dettaglio del
tenero piccione che il Tano posò sulla finestrella.

 

Il Campanile

  

 

La storia
La storia di questo meraviglioso monumento inizia nel cuore della popolazione di Cadidavid. Il 2
aprile 1894 dell’ing. Giacomo Guglielmi presenta il suo progetto e hanno inizio i lavori. L’opera
finisce nel Novembre 1902. Poiché il sostegno economico più consistente proveniva dalla vendita
delle uova, industria famigliare molto in auge nella prima parte del sec. XX, il nuovissimo
campanile viene popolarmente chiamato “el campanil dei ovi”.
L’allevamento delle galline e il commercio dei polli rimase per molti anni l’importante risorsa
economica a disposizione del rev.do Don Pietro Zampieri. In quel periodo gli abitanti erano circa
2500.
La chiesa era stata costruita 50 anni prima.
Il campanile, staccato dalla Chiesa, è una costruzione di stile neo classico. Si innalza, imponente e
maestoso, per 70 metri.
E’ dedicato: A Gesù Cristo Redentore.
Questa scritta si legge sopra la cella campanaria, sul lato antistante la piazza, mentre sugli altri tre
lati si legge rispettivamente: CRISTUS VINCIT, CHRISTUS REGNAT, CHRISTUS IMPERAT.
Sotto il primo cornicione, gira tutto attorno una fascia classicheggiante di metope con stemmi
simbolici, alternati a triglifi.
Sopra i finestroni della prima cella, abbelliti da lesene corintie, vi sono quattro orologi (opera della
ditta Cesare Fontana di Milano nel 1905), che danno l’ora a tutto il paese, visibilmente e con
rintocchi.
Più in alto ancora, la seconda cella, quella campanaria, ha i suoi finestroni incorniciati da colonne
corinzie che sorreggono architravi timpanati, sui quali, si innestano il tamburo ottagonale e la
cupola ogivale ricoperta di lamiera; una sfera in rame e la croce completano il tutto.
Descrizione delle campane
Ogni campana ha un peso diverso e una tonalità musicale diversa. ed è dedicata a uno o più
apostoli, a uno o più santi. La N.8 è dedicata alla Madonna, a San Pietro e a San Paolo. La N.9 a
Gesù, il Redentore.
1. pesa 180 kg; tonalità DO. Porta la scritta “Deo Uno Trino”(a Dio uno e trino).
2. pesa 260 kg; tonalità SIb. Scritta: “Soli Deo Honor et Gloria”(Solo a Dio onore e gloria)
3. pesa 310 kg; tonalità LA. Scritta: “Venite, adorate Dominum”(Venite, adorate il Signore)
4. pesa 440 kg; tonalità SOL. Scritta: “Properate gentes audite Verbum Dei”(affrettatevi o genti,
ascoltate la Parola di Dio)
5. pesa 620 kg; tonalità FA. Scritta: “A peste, fame et bello libera nos Domine”(Dalla peste, dalla
fame e dalla guerra, liberaci o Signore)
6. pesa 870 kg; tonalità Mib. Scritta: “In Te Domine speravi, no confundar in aeternum”(In Te o
Signore ho sperato, non sia confuso in eterno)
7. pesa 1060 kg; tonalità RE. Scritta: “A fulgore et tempestate, libera nos Domine”(Dai fulmini e
dalla tempesta, liberaci o Signore)
8. pesa 1500 kg; tonalità DO. Scritta: “Defuntos ploro, pestem fugo, festa decoro”(Piango i defunti,
scaccio la peste, abbellisco le feste)
9. pesa 2415 kg; tonalità SIb. Scritta: “Laudo Deum, plebem voco, congrego clerum”(Lodo Dio,
convoco la gente, riunisco il clero)
Nel 1994 il campanile è stato dotato di un sistema elettrico, ad orologeria, per il suono automatico
delle campane mantenendo la possibilità di fare concerti a mano.
Nel 1996 è stato poi eseguito un restauro applicando una pellicola speciale per la protezione dei
muri.
Durante i mesi estivi del 2019 è stato restaurato il castello di ferro che sostiene le 9 campane,
perché deteriorato oltre misura. Inoltre ogni campana è stata abbassata, controllata, spostato il
battacchio, cambiato il supporto in legno e verniciato il castello.
Un grande lavoro svolto dalla ditta Elettrojolly di Legnaro, Padova.
Don Ottavio